Tessitura



LA STORIA (1)

La tessitura, intesa come intreccio di fibre, ha preceduto l’invenzione del telaio di migliaia d’anni. Non si sa quando e come sia nata, per questo si trovano diverse ipotesi al riguardo. Un’altra domanda a cui gli studiosi cercano di dare risposta, è capire da dove sia nata l’idea della tessitura, ossia come gli uomini siano giunti a questa soluzione e da dove abbiano avuto lo spunto; alcune ipotesi annoverano l’idea che possa essere dipesa dalla vista del nido di rondine, che presenta un impasto di fango, argilla, fibre vegetali e piume, tutto tenuto insieme dalla saliva, o ancora dalla visione del vento quando intreccia le foglie della palma del dattero.

Ciò che pare ormai sicuro è che nel Paleolitico superiore l’uomo vestiva di pelli cucite con aghi in osso. Le prime prove per la creazione di tessuti sono di natura più indiretta, a causa della deperibilità dei materiali tessili. Alcuni di questi segni possono essere trovati nella cultura gravettiana, in un periodo di tempo che va dal 26.000 al 20.000 a.C., a cui corrispondono perle con fori molto piccoli poste sui capi d’abbigliamento, probabilmente realizzati in pelle, di persone decedute. Si presuppone che queste perle siano state cucite su tali vestiti tramite l’utilizzo d’aghi che, in quel periodo, si stavano diffondendo. Nello stesso contesto culturale, è stata trovata una piccola scultura raffigurante una donna con indosso una gonna costituita da stringhe; questo dettaglio è di notevole importanza per i primi esempi di cucito. Si possono formulare ipotesi circa il tipo di filo usato per cucire le pelli: si pensa ai tendini o ad alcune parti dell’intestino degli animali, in quanto le fibre tessili, quali la lana o il lino, si sono diffuse in seguito. Gli aghi erano realizzati in osso o da spine vegetali; alla punta di questi oggetti andavano legati i tendini. In questo modo era possibile cucire le pelli o inserire perline nei vestiti. 

Filatura e tessitura sono indissolubilmente legate tra loro. A questo proposito, si hanno due ipotesi contrapposte circa la nascita di queste due arti. Una attribuisce il primato alla filatura che, secondo tale ipotesi, sarebbe nata in un tempo anteriore rispetto alla tessitura; questo può essere plausibile se si pensa alla produzione dei fili utilizzati per la costruzione di reti per trasportare materiale, oppure alla realizzazione di cordicelle atte a fissare manufatti litici in cima a dei bastoni, ottenendo così strumenti o armi. Un’altra ipotesi invece sostiene che la filatura non sia stata necessariamente precedente alla tessitura e che questa, invece, sia nata indipendentemente dalla filatura delle fibre. Uno dei sostenitori di questa tesi è l’antropologo Alfred Bühler, secondo il quale la trama e l’ordito (quindi il concetto stesso di tessitura) consistevano, nella fase più primitiva, nell’annodare le fibre non filate tra loro, ottenendo degli intrecci irregolari; questo portava, di conseguenza, ad un handicap nella lavorazione che ha spinto a cercare una soluzione alternativa, arrivando così alla filatura delle fibre naturali. I possibili antenati della tessitura sono i cestini, realizzati con differenti intrecci e tipi di tecniche; la più antica è probabilmente quella del vimini a spirale, un cesto costituito da grappoli di fibre. I cestini erano costituiti dall’intreccio di due fili di trama tra le fibre (o mazzi di fibre) che costituivano una sorta d’ordito.

Questa tecnica era a metà strada tra intreccio e tessitura; con questa era possibile realizzare diverse reti, di cui anche trappole per i pesci, come ci mostrano i rinvenimenti mesolitici trovati in Danimarca. È quindi probabile che molti modelli di tessitura siano derivati da queste tecniche a vimini le quali, in seguito, sono state modificate e adattate al nuovo tipo di tessitura che ormai andava diffondendosi. Tra le prime testimonianze archeologiche relative ai cesti, sono da ricordare quelle da Guitarrero Cave, in Perù, datate tra l’8.600 e l’8.000 a.C..

In un’altra area dello stesso sito, sono stati trovati brandelli di stoffa “tessuta”, datati intorno al 5.780 a.C.; questi reperti hanno fatto avanzare ipotesi circa l’esistenza di un possibile telaio usato in tempi molto più antichi di quanto si possa credere. È altresì

complicato distinguere l’intreccio in vimini dalla tessitura, soprattutto a causa della mancanza di prove effettive di telai. In assenza di questi, la tessitura ottenibile si presentava come un semplice intreccio, quindi l’incrocio tra fili di trama e d’ordito, senza l’ausilio dei licci. Il primo vero telaio costituito anche da licci è probabilmente comparso in Perù nel periodo della ceramica, quindi tra il 2.200 e 2.000 a.C.. Una delle prime attestazioni di tessitura proviene da Jarmo, nell’attuale Iraq, in cui sono state trovate sferette d’argilla con impronte tessili sulla superficie, datate intorno al 7.000 a.C.

Altre impronte di tessuti sono state trovate a Dhuweila, in Giordania orientale, attraverso le quali è stato possibile identificare la più antica presenza di cotone nel Vicino Oriente.

I primi telai apparvero nel neolitico, erano costruzioni molto semplici, poco più di una intelaiatura rettangolare costruita con rami o pali di legno messa in posizione verticale. La tensione dei fili di ordito era ottenuta tramite pesi, in argilla o pietra, che si trovano numerosissimi negli scavi archeologici. L'immagine di questo tipo di telaio è rappresentata sui vasi Greci, spesso abbinata all'immagine di Penelope. (Immagine)

I popoli antichi oltre al telaio con pesi usavano telai orizzontali a terra, dove la tensione dei fili d'ordito veniva ottenuta con il tiraggio tra il subbio anteriore e quello posteriore. Questa tipologia di telaio, solamente un po' raffinata, continuò ad essere utilizzata per millenni, dagli Egizi e dai Romani. Nel medioevo il telaio verticale continua ad essere utilizzato per il confezionamento degli arazzi, e nel 1250 fu dotato per la prima volta di pedale.

La costruzione dei telai diviene sempre più accurata, fino a permettere nel rinascimento la produzione di manufatti complessi e raffinati. La tessitura diviene un'arte, grazie anche all'arrivo della seta dalla Cina: fiorisce la produzione di tessuti pregiati come raso, broccato, damasco, velluto.

Nella seconda metà del Settecento nella nuova produzione industriale, il cotone è la più diffusa ed utilizzata delle fibre naturali e la maggiore coltura agricola non alimentare. I ritrovamenti più antichi di reperti tessili di cotone vengono datati al 5800 a.C Il cotone, anche in Italia ha antiche tradizioni essendo stato introdotto in Sicilia dai Saraceni nel IX sec.

Nel 1787 per la prima volta viene applicato il motore a vapore per muovere un telaio: nasce il telaio meccanico. Nel XIX secolo la produzione tessile si meccanizza e razionalizza, il telaio esce da un ambito artigianale e domestico per diventare uno degli artefici della rivoluzione industriale.

LE FIBRE TESSILI (2)

(2) Fibre tessili 

Per ottenere dei tessuti resistenti, di qualità varie e di differente valore economico, era necessario scegliere con cura le fibre destinate alla filatura, tintura e tessitura. Queste potevano essere d’origine animale, come la lana e la seta, o derivate da piante vegetali, quindi cotone, lino, canapa, eccetera. La loro lavorazione era d’estrema importanza per ottenere dei risultati soddisfacenti nel lavoro della tessitura e non andava mai sottovalutata. Nel medioevo, tra l'XI e il XIV secolo, le fibre più usate erano il lino, il cotone, la canapa e la lana. Soprattutto per una questione di coltivazione, la canapa era molto utilizzata in tutta Europa, compresa l'Italia. Da questa fibra erano prodotte stoffe, tessuti resistenti, reti e corde. Di periodo moderno e contemporaneo sono invece le fibre chimiche, definite “man made”, in quanto inventate dall'uomo. Questa categoria fa parte delle fibre moderne usate sino ad oggi. Si possono suddividere in due gruppi: fibre artificiali e fibre sintetiche. Le prime sono derivate da polimeri naturali, vale a dire una macromolecola, mentre le seconde sono ottenute da monomeri attraverso reazioni di polimerizzazione. 

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Il libro

Il libro è una pellicola filamentosa situata tra il legno e la corteccia dell’albero; si asporta solitamente in primavera, nel momento di maggior presenza di linfa nella pianta, strappandolo dal tronco dopo l’asportazione della corteccia. Tramite macerazione, per immersione in acqua, si separava quindi la fibra dalla parte legnosa. Il libro più utilizzato in preistoria è stato quello tratto dal tiglio.

La canapa (3) (immagine) 

La coltivazione della canapa è condizionata dalle proprietà del terreno e, più in generale, dalle condizioni ambientali del territorio: clima, umidità ed altitudine (non cresce al di sopra dei 1400 metri), senza trascurare gli usi produttivi appartenenti alle specifiche tradizioni culturali.

In alcune località collinari e montuose dell'arco alpino e in gran parte dell'Italia centrale, poteva talvolta coesistere con la coltivazione del lino.

Piemonte ed Emilia Romagna (specialmente il Ferrarese) sono state in passato vere e proprie zone canapicole.

La lavorazione della canapa, dalla raccolta alla tessitura, si strutturava prevalentemente come lavoro femminile ad esclusione della macerazione e della gramolatura che, essendo mansioni piuttosto faticose, erano svolte dagli uomini.

Raggiunta la maturazione, la canapa era in genere strappata afferrandone un ciuffo con la mano e tirandolo verso l'alto, altrimenti avrebbe potuto essere tagliata a raso mediante l'impiego di una roncola o un comune falcetto (falciola).

Il raccolto, di norma, veniva effettuato da giugno ad agosto. Tuttavia, la canapa femmina (con i semi), maturando più tardi, poteva essere raccolta anche a settembre, se non addirittura ad ottobre in alcune aree alpine. Il maschio, estirpato prima e comunemente considerato dalla cultura popolare femmina, forniva un filato più fine, al contrario del canapone (pianta femmina).

Il raccolto veniva successivamente avvolto in fasci che, legati in mannelli o piccoli covoni, venivano ammonticchiati.

Seguiva, di poi, la macerazione, necessaria nel rendere più semplice la separazione della parte fibrosa (libro) dallo stelo legnoso. Questa, in relazione all'indice di umidità della zona geografica, poteva durare da alcune settimane fino a qualche mese, protraendosi fin verso l'inverno. Si svolgeva immergendo i fasci in acque stagnanti e poco correnti, così da consentirne la fermentazione. Dove non vi fosse stata acqua a sufficienza, si procedeva alla realizzazione di specifiche fosse che, profonde circa un metro e in leggera pendenza, avrebbero così costituito una sorta di stagno artificiale. In aree particolarmente umide, la macerazione avveniva più semplicemente stendendo gli steli di canapa in lunghe file su un prato, ad essa si accompagnava l'asciugatura all'aria e al sole o, nelle regioni alpine, in luoghi protetti come terrazze e sottotetti.

Sopraggiungendo l'autunno, non era rara l'essiccazione su fuoco, pratica diffusa soprattutto nelle aree montuose delle Alpi: si realizzava all'aperto una fossa rettangolare in muratura (braciere), coperta da una griglia di legno, sulla quale veniva stesa la canapa in modo da evitarne la bruciatura. In sostituzione, avrebbe potuto essere utilizzato il forno del pane. Successivamente si procedeva alla separazione delle fibre dalla parte legnosa. Il metodo più semplice ed arcaico era la scavezzatura, un'occupazione prevalentemente femminile, che consisteva nel prendere uno stelo alla volta, nello spezzarne la radice e, quindi, con un abile strappo liberare la fibra, possibilmente senza romperla. Talora, sebbene più consueta per il lino, dopo la macerazione e l'essiccazione, i fasci di canapa avrebbero potuto essere sottoposti a battitura (pestatura). Gli steli venivano battuti su una superficie rigida (panca di legno, pietra, ecc.), oppure impiegando appositi strumenti: pestelli, tavolette spesse con manico, martelli di legno, roncole, ecc. Nelle località dove la canapicoltura era diffusa, potevano essere utilizzati anche mulini a pestelli o a mancina, azionati ad acqua. Si effettuava poi la stigliatura, non sempre praticata nelle regioni alpine e, in genere, compiuta da due lavoranti. I mannelli di canapa venivano spinti lentamente su un supporto di legno (cavalletto, panca, ecc.) e percossi con un randello, un bastone o una roncola. Mentre gli steli si sarebbero così rotti, le parti legnose sarebbero cadute a terra. Tuttavia il sistema più rapido nella separazione della fibra era, indubbiamente, la gramolatura. Una procedura che consentiva di spezzare gli steli della canapa mediante l'uso di uno specifico utensile: la gramola, uno strumento a leva di legno, lungo e ingombrante che, a causa della sua pesantezza, era piuttosto faticoso da manovrare. La gramolatura si configurava, infatti, come lavoro maschile. Gli uomini, di solito, tenevano sotto il braccio sinistro un lungo fascio di canapa, mentre col destro alzavano e abbassavano la lunga leva di legno (fino a 2 metri), con uno scatto violento di tutto il corpo. Seguivano, quindi, la spatolatura e la pettinatura, entrambe necessarie alla pulitura della filaccia e alla completa eliminazione dei piccoli frammenti di parti legnose ancora presenti. La prima consisteva nel battere o lisciare i fasci appesi mediante l'uso della scotola (scotolatura), una sorta di sciabola di legno lunga dai 60 ai 70 centimetri. La seconda era, invece, necessaria per pulire e liberare completamente la canapa dalle impurità. La pettinatura era un'attività piuttosto impegnativa, non solo perchè nell'eseguirla si produceva molta polvere, ma anche poichè avrebbe richiesto una certa abilità, al fine di non danneggiare le fibre. Per tale motivo, soprattutto nell'Italia centro-settentrionale, era compiuta da veri e propri professionisti.

La filatura era un'occupazione tipicamente femminile, indispensabile nella realizzazione del filo mediante torcitura delle fibre. Si filava manualmente col fuso e la rocca oppure con l'aiuto del filatoio. Nella filatura a mano, la filatrice era solita tendere dalla rocca tante fibre quante avrebbe potuto torcerne con la punta delle dita. Durante tale procedura, il fuso, grazie ad un sapiente movimento del braccio, veniva mantenuto in continua rotazione. Il filo, torto a sufficienza, era quindi avvolto sul fuso stesso. Nei sistemi di filatura meno arcaici era comune l'impiego del filatoio, generalmente di legno (le forme più moderne di metallo), nel quale il fuso, in posizione orizzontale (spola), era messo in rotazione da una ruota: la girella. Il filatoio poteva essere azionato a mano o da un pedale con meccanismo a biella. Quest'ultimo era particolarmente diffuso nelle regioni dell'Italia settentrionale, contrariamente alle località meridionali dove, ancora nella prima metà del Novecento, si conservavano tecniche più tradizionali. Di norma le ragazze imparavano a filare col fuso e, solo successivamente, col filatoio, il cui rendimento era senza dubbio maggiore. Tuttavia, laddove non vi fosse stata disponibilità di spazi sufficientemente grandi e al chiuso, si preferiva ancora l'utilizzo del fuso e della rocca. Ottenuto il filato, si procedeva alla aspatura, tecnica con la quale il filo veniva avvolto in matasse. Questa operazione, compiuta mediante l'impiego dell'aspo (nelle forme più tradizionali, si trattava di un bastone di legno con pioli trasversali), consentiva la conservazione del filo, oltre a liberare gli strumenti della filatura. Quindi le matasse, dopo essere state lavate, erano riposte all'interno di un mastello dove venivano bollite nella liscivia (acqua e cenere di legna). Risciacquate in acqua fresca, spesso al fiume, erano di seguito stese ad asciugare ed imbiancare. Faceva quindi seguito la dipanatura: lo svolgimento della matassa sull'arcolaio girevole. Il filo poteva essere così avvolto in un gomitolo per fare la maglia, oppure su una spola (incannatura) per l'orditura (fare l'ordito) e la tessitura a telaio.

Il lino (4) (immagine)

Il lino coltivato (Linum usitatissimum L.) è una pianta a ciclo annuale con fusti robusti e foglie sottili, alta da 30 cm a un metro (fig. 1.2). I semi sono ovali, piatti, di colore marrone rossiccio e lucidi. La fibra si ricava dagli steli della pianta. Per ottenere la filaccia è necessario che avvenga la decomposizione della pectina (la sostanza che connette le fibre con le altre cellule del fusto), di solito tramite macerazione in acqua o lasciando le piante all’aperto su terreno umido. Battitura, gramolatura, scotolatura e pettinatura sono le operazioni che permettono di spaccare la corteccia dello stelo e di separare le impurità legnose della fibra. Gli strumenti utilizzati a questo scopo erano pettini di costole in osso, raggruppamenti di spine o microliti.

Le più antiche testimonianze di lino coltivato (semi e capsule) provengono dai siti neolitici preceramici della Mezzaluna Fertile. I più antichi reperti tessili in lino per l’Europa occidentale provengono dall’abitato perilacustre della Marmotta (Anguillara Sabazia, Roma), datato tra il 5480 e il 5260 a.C. La documentazione di reperti tessili in lino si generalizza poi tra il Neolitico e l’età del Bronzo e proviene dalla maggior parte degli abitati di ambiente umido dell’arco alpino.

L'ortica (5) (immagine)

L’ortica, costituisce una grande risorsa, data la sempre crescente richiesta di tessuti naturali, a basso impatto ambientale. Le specie di questa pianta utilizzate a questo scopo sono diverse. In Europa, e in particolare in Italia, cresce molto diffusamente Urtica urens, un’erbacea annuale alta circa 40 cm, con foglie verdi brillanti non sfruttata nel campo tessile. Viene invece utilizzata un’altra ortica nostrana, Urtica dioica, un’erba perenne alta fino a 150 cm con fusti eretti e molto robusti.

L’ortica comune, è una pianta infestante che cresce spontanea dalle pianure fino a 700 metri di altitudine. E’ una specie dioica, ovvero i fiori sono unisessuati e si presentano in esemplari distinti (piante maschi e piante femmine). Tutta la parte aerea della pianta è interamente rivestita da peli urticanti che contengono acido formico ed istamina. Le foglie sono cuoriformi di colore verde scuro, le radici rizomatose, i fusti sono robusti, quadrangolari e cavi.

Dall’ortica si fabbricano ottimi filati sottili e flessibili che risultano anche forti e tenaci. La fibra di ortica è morbida, resistente e traspirante come il lino, brillante come la seta. E’ una fibra naturale biodegradabile al 100% che possiede anche proprietà antistatiche. Il fusto cavo conferisce proprietà termoregolatrici. La fibra può avere funzioni diverse a seconda di come la si torce. Se viene molto attorcigliata su se stessa, ostruendo completamente la parte cava che trattiene l’aria, la fibra assume caratteristiche simili al cotone. Mentre se attorcigliata poco, l’aria rimane all’interno della fibra e il tessuto che se ne ricava protegge dal freddo come la lana.

Metodo naturale con macerazione in acqua: gli steli vengono fatti macerare in acqua a temperatura ambiente per una settimana e poi decorticati.

Metodo di estrazione naturale con macerazione all’aria: un strato di piante di ortica appena estirpate vengono messe a macerare all’aria poggiate sulla terra per alcuni mesi finché la cuticola esterna del fusto comincia a degradarsi.

Ulteriori processi di lavorazione trasformano la fibra tessile in filato:

– dopo il lavaggio i fusti si fanno asciugare

– si separano le fibre dal resto (processo di stigliatura)

– subito dopo si cardano le fibre, ovvero si ripuliscono dalle impurità, poi si sfilacciano e si sgrovigliano

– successivamente si pettinano, cioè si scartano quelle troppo corte e si allineano le altre più lunghe

– infine la torcitura, cioè il processo che serve a torcere il filo per renderlo forte e tenace, pronto per essere lavorato per la fabbricazione di tessuti.

Ci sono varie testimonianze sull’utilizzo dell’ortica a scopo tessile sin dall’Età del bronzo. Dall’antica Roma all’età napoleonica, molti tessuti venivano fatti con l’ortica. Poi l’uso di questa fibra tessile vegetale venne trascurato per un periodo piuttosto lungo, per essere poi riscoperto nel primo dopoguerra. Prima della grande commercializzazione dei tessuti in cotone, l’ortica veniva molto usata come fibra tessile sia in Germania che in Finlandia, ma anche in Austria e in Italia.

Il cotone (6) (immagine)

Il clima ideale per la coltivazione del cotone è quello tropicale e sub-tropicale. Il periodi della semina e della raccolta variano a seconda delle aree di coltivazione. Circa cento giorni dopo la semina, sbocciano dei grandi fiori a corolla imbutiforme, di colore dal giallo arancio al bianco rosa e al rossastro. Dalla sfioritura comincia a maturare il frutto, il quale non è altro che una capsula contenente i semi ricoperti di fibre. A maturazione completa le capsule si schiudono, liberando la bambagia soffice che resta aderante ai semi e al frutto.

Il periodo della raccolta varia in relazione al periodo di semina e al clima locale. Quando questa procedura viene eseguita a mano si ottiene un prodotto migliore e si sfrutta meglio il raccolto; questo perché possono essere selezionati i frutti maturi e senza difetti da quelli che ancora devono maturare. Oggi la raccolta viene eseguita a macchina per diminuire i costi elevati della mano d’opera. 

Dopo la raccolta, la bambagia di cotone con i semi, viene sottoposta ad un trattamento di sgranatura, ossia un processo che libera le fibre dai semi.

I trattamenti successivi consistono nella disgrazzatura o liscivazzione delle fibre, fasi finalizzate a liberare le fibre dalle impurità presenti allo stato naturale e consistenti in resine, cere e grassi, utili a proteggerle dagli agenti atmosferici.

Altri trattamenti possono essere effettuati sulle fibre di cotone, come il candeggio e la mercerizzazione, per modificarne le qualità e adeguarle a più esigenze. 

In fine i fiocchi di cotone vengono cardati, operazione finalizzata al riordino delle fibre, eventualmente pettinati per aumentare la selezione delle fibre più lunghe, e quindi filati.

La lana (7) (immagine)

La lana è una fibra tessile ottenuta principalmente dal vello degli ovini. Rispetto alle fibre vegetali offre un alto grado di protezione dalle intemperie, ottimi risultati nelle tinture e una notevole facilità di filatura. Il processo di ottenimento della fibra di lana comprende la tosatura, la lavatura e la cardatura, che serve ad aprire le fibre sino a renderle parallele. Allo scopo, durante i tempi antichi, sono stati utilizzati semplici raggruppamenti di spine o anche veri e propri strumenti simili agli scardassi delle società rurali: si forma così una specie di nastro soffice che tramite le operazioni di filatura viene sottoposto a torsione per formare il filo.

Il primo ovino domestico comparso in Europa fu Ovis aries palustris, esemplare simile al progenitore selvatico, il muflone orientale, caratterizzato da un pelo irsuto scarsamente utilizzabile per la produzione della lana. Furono poi delle selezioni genetiche a condurre alla comparsa delle razze lanose.

Il più antico tessuto in lana per l’Europa occidentale è a tutt’oggi il frammento di stoffa rinvenuto, all’interno di un fodero di pugnale in selce, nella palude di Wiepenkanthen (Hannover, Germania) attribuito alla cultura della ceramica a cordicella (ca. 2400 a.C.).

La seta (8) (immagine)

La seta è la più bella e pregiata delle fibre tessili oggi conosciute; viene ricavata dal dipanamento del bozzolo del baco da seta che, allo scopo, viene fatto morire prima della schiusa (sfarfallamento) per non danneggiare le bave continue costituenti il bozzolo (vedi anche bachicoltura). I bozzoli raccolti vengono sottoposti a cernita, alla rimozione della parte più esterna (spelaiatura) e quindi immersi in acqua onde sciogliere la sericina che tiene la bava aderente a se stessa. Vengono divisi poi per grossezza (crivellatura), spazzolati leggermente per rintracciare il capo delle bavelle (scopinatura) e dipanati (trattura) in modo da ottenere da più bavelle riunite un filato utilizzabile nell'industria tessile (seta greggia o tratta). I cascami della seta rappresentano il 60-70% del totale ottenuto dai bozzoli; i filati ottenuti dai cascami vengono generalmente denominati Schappe, i loro cascami di lavorazione sono a loro volta chiamati bourette. La seta è costituita da due sostanze proteiche denominate fibroina (72-80%) e sericina (22-28%) e da piccole percentuali di grassi e componenti minerali. 

Dopo la trattura, la seta viene sottoposta alle operazioni di aspatura, stribbiatura, torcitura, sgommatura e quindi di filatura in matasse.  La maggior parte dei produttori di tessuti di seta per i suddetti articoli sono situati, in Italia, nella provincia di Como e, in Francia, nella zona di Lione. 

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FASI DELLA TESSITURA (9)

Le fasi della tessitura comprendono:

- preparazione dell'ordito e armatura

- apertura del passo

- inserimento della trama con la navetta

- battitura

- finissaggio

(Immagine tipi tessuto wikipedia)

Armatura: è un vocabolo che nell'ambito tessile ha due significati.

Il primo, è il complesso delle operazioni per il montaggio del telaio, "armare" quindi significa preparare il telaio per la tessitura.

Il secondo, è il modo di intrecciarsi dei fili di ordito con quelli della trama, una "armatura" quindi definisce che tipo di tessuto si otterrà da quella tessitura.

Gli intrecci o armature fondamentali sono tre: (immagine wikipedia)

- Tabby (o Tela): è un intreccio facile, nel quale tutti i fili di ordito dispari si alzano al passaggio delle trame dispari, e tutti gli orditi pari al passaggio delle trame pari. Il rapporto è 1:1, cioè 2. Si presenta identico su entrambe le facce; occorrono due licci.

- Twill (o Diagonale) o saia: è un intreccio con nervature oblique date dallo scarto delle legature (una legatura è il passaggio di un filo di ordito sopra un filo di trama). Se il rapporto è di 1:2, (saia a tre o spina da tre) un filo di ordito passa sopra un filo di trama e poi sotto due; è l'armatura del denim (tessuto dei jeans) e necessita di tre licci. Molto comune è la saia a quattro licci (batavia).

Si possono fare molte saie che danno come risultato, oltre le diagonali, disegni a spina di pesce, disegni pied de poule.

Molti tessuti noti sono saie: tartan, tweed, gabardina.

- Raso: è un intreccio in cui le legature di ordito e di trama sono più rade, quindi il tessuto presenta un aspetto uniforme, lucido sulla faccia a dominante d'ordito e opaco sulla faccia a dominante trama. Il raso è l'armatura del damasco.

TIPI DI TELAIO (11)

La tessitura al telaio inizia durante il Neolitico. Esistono tantissimi tipi di telai, ed è utile citarne i modelli più antichi. 

VERTICALE A PESI

Nel Neolitico si hanno diverse attestazioni circa l’utilizzo di altri telai; oltre quello verticale a pesi è attestato anche un telaio a terra, orizzontale pervenutoci attraverso diverse raffigurazioni, di cui una riportata su una ciotola di ceramica Badari, datata intorno al 5.000 a.C.

Una ulteriore conoscenza attinente a questo tipo di telaio, deriva da fonti letterarie e artistiche; queste ultime sono di largo interesse in quanto mostrano disegni, dipinti o incisioni su varie superfici, in particolare sui vasi greci. La tessitura è collegata al mondo dell’arte anche attraverso queste illustrazioni, le quali fanno comprendere il modo di vivere e di pensare della società umana nelle diverse aree geografiche e durante i vari momenti della storia. Nella mitologia greca, uno dei personaggi femminili particolarmente legato all’arte della tessitura è la figura di Circe, la quale è spesso raffigurata insieme al suo telaio verticale. In un vaso greco, il Kabeiric skyphos, datato al IV sec. a.C., è raffigurata Circe intenta ad offrire ad Ulisse il vaso con la pozione che ha trasformato i suoi compagni in maiali. È di particolare interesse il telaio dipinto sullo sfondo: si vedono chiaramente i pesi in basso legati ai fili dell’ordito, si può quindi asserire si tratti di un telaio verticale a pesi. Lo stesso tipo di struttura è dipinto su un altro vaso, il Boeotian vase, datato intorno al 450-420 a.C.

In entrambi i telai, a metà della struttura si può distinguere chiaramente la presenza di un’asta-licci; questi sono d’elevata importanza per la comprensione del funzionamento di questo e di altri tipi di telai. In queste raffigurazioni, un altro elemento di particolare rilevanza è la presenza di una trave girevole posta in orizzontale nella parte alta della struttura, sulla quale era possibile avvolgere la stoffa appena tessuta; si otteneva in questo modo un panno più lungo rispetto alle dimensioni del telaio, le quali, al contrario, limiterebbero la lunghezza totale della stoffa. Un simile dettaglio si può osservare anche nel vaso greco conservato al Museo di Chiusi, raffigurante Telemaco e Penelope al telaio, datato circa 460-450 a.C. In questa raffigurazione è possibile notare un’abbondante porzione di stoffa già tessuta e avvolta sulla trave superiore del telaio. Per quanto riguarda la letteratura, è di particolare interesse un passo del libro VI delle Metamorfosi di Ovidio, ove è descritto il lavoro delle donne al telaio in età augustea, periodo contemporaneo ad Ovidio. 

Da un punto di vista storico, le prime prove di telai verticali a pesi in Europa sono datate all’epoca neolitica; questo tipo di telaio è ancora oggi usato in Norvegia. 

(Immagine tratta da FRANSEN et alii 2011, p. 24, fig. 10.)

Telaio verticale a pesi.

A: montanti.

B: trave/subbio ove va avvolto il panno.

C: licci.

D: tacche a cui sono poggiate le aste.

E: fili dei licci.

F: asta fissa (fixed shed rod).

G: spazio tra le corde.

H: pesi. 

Telaio proveniente da Faroe Island, conservato al Museo Nazionale di Copenhagen. 

La preparazione di questo telaio richiede un tempo molto lungo, in particolare per il montaggio dei fili dell’ordito; nonostante ciò, è stato usato per un lungo periodo in quanto dava la possibilità di creare tessuti di elevate dimensioni ed essendo verticale, occupava poco spazio e poteva essere riposto facilmente anche in aree abbastanza strette della casa. Per quanto concerneva la preparazione del telaio, la prima fase consisteva nell’allineamento dei fili che andavanoa comporre l’ordito. In primo luogo si sceglieva la lunghezza totale dei fili, che costituivano la misura totale del tessuto; com’è stato possibile appurare dalle illustrazioni dei vasi, era possibile avvolgere la stoffa nella trave superiore, continuando a tessere sino alla lunghezza totale dei fili.

Per preparare l’ordito, i fili andavano legati in verticale alla trave orizzontale posta in alto e, successivamente, divisi in due strati, uno frontale e un posteriore, tenuti distanziati da

un’asta fissa. Per una corretta lavorazione, ifili dell’ordito dovevano essere tesi; a questi erano quindi legati dei pesi che permettevano loro di rimanere in tensione per tutta la lavorazione. Il numero di fili impiegato per ogni peso non era casuale; dipendeva sia dallo spessore del filo sia dalla grammatura effettiva di ogni peso. Per questo motivo, era molto importante la scelta del materiale usato per produrre tali utensili. In Danimarca i pesi erano realizzati in argilla; questo materiale aveva il vantaggio di essere malleabile ed era dunque sfruttato per ottenere la forma desiderata. Di conseguenza, ogni peso aveva la stessa grammatura e la medesima forma. Grazie a queste caratteristiche, era possibile inserire lo stesso numero di fili per ogni peso. L’impiego di pesi realizzati in pietra ollare o in altre litologie, quindi ognuna con grammatura differente, comportava la valutazione di ogni singolo utensile e ad ognuno corrispondeva un determinato numero di fili.

La fase successiva riguardava la preparazione dei licci: ai fili dell’ordito andavano legati altri filati collegati ad un’asta posta trasversalmente al telaio, all’altezza delle mani del tessitore. Questi, doveva tirare l’asta verso di sé, agganciandola e bloccandola momentaneamente alle tacche inserite nelle due travi verticali; si creava, dunque, una separazione tra i due gruppi di fili dell’ordito, superiore e inferiore, definita "passo" o “shed”. Entro questo spazio appena creatosi, si faceva passare la spoletta, alla quale era legato il filo della trama, ottenendo così il primo intreccio tra i fili dell’ordito e della trama; per fabbricare il tessuto, era necessario ripetere questa procedura alternando il movimento del liccio prima sollevandolo e bloccandolo alle tacche, quindi si inseriva il filo della trama, poi rilasciandolo, ottenendo in questo modo un nuovo passo entro il quale andava nuovamente inserita la spoletta. La trama si batteva dal basso verso l’alto attraverso l’utilizzo di un battitore o spada, realizzato in legno, osso o ferro. Questi materiali andavano bene per la creazione di trame sottili o medie; per quelle più spesse o particolarmente strette, i battitori erano in materiali più pesanti e resistenti. Si ha testimonianza di spade in osso di balena provenienti dai reperti archeologici della Norvegia e della Groenlandia. In Norvegia sono stati rinvenuti diversi battitori di questo materiale, conservati all’interno di tombe femminili.

Per una visione più chiara e comprensibile delle fasi e delle diverse parti strutturali che compongono il telaio, sono descritti di seguito i passaggi cruciali circa questo lavoro. L’ordito va diviso in due parti, una anteriore e una posteriore; questi due gruppi di fili sono tenuti separati grazie all’asta posta in basso. La seconda separazione tra i fili dell’ordito avviene grazie al liccio, ossia un’asta orizzontale alla quale sono legati una serie di fili alla quale è alternativamente tirata e bloccata sui supporti consentendo l’apertura tra i fili dell’ordito e, successivamente, rilasciata per fissare la trama appena passata attraverso questo varco; a questo punto viene compattata con l’ausilio di un battitore. Procedendo con la tessitura, era possibile cambiare l’altezza del liccio (in alto o in basso) attraverso lo spostamento dei supporti disposti lungo i montanti, a cui andava fissata l’asta. La disposizione della trama costituiva soltanto la metà del tempo di lavoro. Attraverso questo tipo di telaio si ottenevano tessuti con diversi tipi d’intreccio.

VERTICALE TUBOLARE 

Un altro tipo di telaio verticale è il così detto tubolare o a due travi.

Si tratta di un miglioramento tecnico e di un’evoluzione rispetto al telaio verticale a pesi. Essendo privo di pesi da telaio o di elementi resistenti al deterioramento, ne restano poche testimonianze archeologiche. È, tuttavia, un telaio adoperato maggiormente nell’età del Bronzo Medio, probabilmente entrato in uso nel terzo periodo dell’età del Bronzo. La struttura, di forma particolarmente vicina a quella di una cornice, è similare a quella del telaio a pesi. Rispetto a quest’ultimo, i cui filati dell’ordito erano tesi in basso grazie ai pesi, nel telaio tubolare i fili erano tenuti in tensione grazie a due travi orizzontali poste una in alto e una in basso. I licci andavano inseriti dopo aver montato l’ordito, il quale andava legato alle aste attraverso l'utilizzo di alcuni cordini. Malgrado questo modello sia un’evoluzione del telaio a pesi, si tende a  preferire quest’ultimo per quanto concerne la possibilità di realizzare tessuti d’elevata lunghezza; infatti, nel telaio tubolare, questa era limitata dalla dimensione totale della struttura, dunque non era possibile ricavare pezzi di stoffa altrettanto grandi come avveniva, al contrario, con quello verticale a pesi. Con questo nuovo tipo di telaio, il tessitore poteva lavorare in posizione seduta, mantenendo dunque una postura comoda rispetto a quella in piedi costretta con il telaio verticale a pesi. La trama, in questo caso, era battuta con un movimento verso il basso, esattamente l’opposto di ciò che avveniva nel telaio a pesi. Il tessuto ottenuto si estendeva, dunque, nella parte bassa del telaio sino a crescere verso l’alto.

Questo metodo d’esecuzione era un valido motivo di preferenza rispetto al telaio con i pesi, in quanto la battitura della trama dall’alto al basso era di più semplice esecuzione e comodità; difatti, con il telaio verticale a pesi, si trovavano alcune difficoltà nel tessere la trama verso l’alto, anche se in Europa è stato mantenuto in uso sino all’introduzione nel Medioevo del telaio orizzontale con i pedali. In alcuni siti inglesi sono stati scoperti reperti legati alla tessitura, di cui uno strumento in osso a doppio attacco, che fanno riflettere sulla possibile presenza di questo tipo di telaio in periodo anglosassone, probabilmente introdotto in precedenza dai romani, anche se non sussistono prove certe al riguardo. Seneca, in una delle epistole a Lucillo, esprime la sua preferenza circa questo tipo di telaio, ritenendolo più raffinato rispetto quello a pesi.

ORIZZONTALE (immagine)

Una delle prime rappresentazioni di telai orizzontali deriva da un disegno dipinto su una ciotola di ceramica Badari, datata circa 5.000 a.C. sulla quale è raffigurato un telaio orizzontale a terra. Non è del tutto comprensibile l’azione svolta dalle due figure poste ai lati del telaio, tuttavia pare stiano legando i fili attorno ad una canna in preparazione della fase successiva attinente all’inserimento della trama. La tessitura acquisiva un ruolo rilevante nella società, soprattutto un’importanza di tipo simbolica; un esempio è il frammento di rilievo datato circa al 1.000 a.C., trovato a Susa, nell’attuale Iraq. L’immagine mostra una donna aristocratica riccamente addobbata da bracciali alle mani ed alle braccia, seduta a piedi nudi su di uno sgabello di legno, con una gamba piegata sotto il corpo. La donna è rappresentata nell’atto di filare con un fuso d’elevate dimensioni. Si tratta di un’immagine molto importante per la rarità del soggetto raffigurato.

Si è spesso sostenuto che gli egiziani fossero i primi maestri dell'arte della tessitura, ma le più antiche prove di tessuto realizzato con fibre lisce e sottili deriva da Catal Huyuk, in Anatolia, datate intorno al 6.000 a.C. Questi frammenti sembrano essere stati tessuti con un telaio a due travi rispetto ad uno con i pesi. Nella tomba di Chnem-Hotep a Beni Hassan è stata trovata una notevole pittura parietale. Si tratta di una prova importantissima per la comprensione del tipo di struttura e del metodo di lavoro; è rappresentato un telaio che, apparentemente, pare di tipo verticale, ma in realtà si tratta di un telaio a terra orizzontale i cui fili dell'ordito sono tesi tra due travi legate a dei pioli inseriti a terra. La figura a destra usa il battitore per pressare la trama, mentre a sinistra una donna pare avere in mano un liccio. Qui è utile osservare proprio l'asta, la quale sembra poggiare su dei supporti da cui è possibile aprire un passo tra le due parti di ordito, entro il quale andava inserita la trama. La metodica è sempre quella di tenere l'asta sui supporti, creando il varco, quindi passare la spoletta con il filo per creare uno strato di trama, ed infine togliere i supporti per creare un nuovo passo e passare nuovamente il filo. Questo processo doveva essere ripetuto ad ogni colpo di trama per poter ottenere la stoffa, la quale si estendeva verso l'alto. Sembra, inoltre, che al subbio inferiore sia arrotolata la stoffa creata, ma non è chiaro lo svolgimento di quest’eventuale procedimento. Trattandosi di un disegno, bisogna sempre tener conto delle possibili limitazioni e schematizzazioni volute dal pittore, ed evitare di seguire nel dettaglio ogni elemento rappresentato.

Durante il secolo XI d.C., in Europa si diffonde l’utilizzo del telaio orizzontale completo di un contrappeso a pedali. Questi nuovi elementi erano legati a delle carrucole le quali andavano sollevate ed abbassate per aprire e chiudere il varco dell'ordito. In questo caso varia anche il metodo di battitura della trama, la quale non avviene più per mezzo di un battitore, ma grazie all’ausilio di una canna montata alla struttura del telaio tra il cablaggio e le travi, che il tessitore deve tirare a sé per battere la trama e fissarla all'ordito. Durante il XIII e XIV sec. d.C. sono stati inseriti nuovi elementi per poter ottenere dei tessuti più elaborati.

A TAVOLETTE (12) (immagine)

Per la creazione di cinture, fasce, stole liturgiche e bordature, era utilizzato un altro tipo di telaio, definito “a tavolette” per via del tipo di strumenti utilizzati per il suo funzionamento. Si tratta di un telaio la cui semplice struttura si compone di due elementi verticali fissati a terra largamente distanziati tra loro e completi, eventualmente, di una trave trasversale che tiene uniti questi ultimi, ottenendo in questo modo una solida e compatta struttura. A queste estremità erano legati i fili dell'ordito in senso orizzontale, tenuti perfettamente in tensione.

Il termine “a tavolette” deriva dal vero protagonista di questa struttura, ossia un insieme di tavolette forate, entro le quali erano inseriti i fili dell'ordito. Quest'ultimo andava diviso in due parti, creando il cosiddetto passo, ovvero l'intercapedine in cui, come per tutti gli altri telai, andava fatto passare il filo della trama. Gli altri elementi indispensabili per la tessitura con questo telaio, erano una spoletta alla quale era legato il filo della trama, un battitore per pressarla ed un eventuale distanziatore per tenere separati i fili dell'ordito. Le tavolette avevano forme geometriche diverse, la maggior parte quadrate, esagonali e triangolari. Ogni placchetta era provvista di fori, principalmente negli angoli o nei lati, all'interno dei quali passavano i fili dell'ordito, uno per ogni foro. Si otteneva così una separazione dei fili dell'ordito, quelli superiori da quelli inferiori, grazie alla disposizione dei fori negli angoli alti e bassi. Il funzionamento avveniva facendo roteare le tavolette avanti e indietro, alternando quindi l'apertura dell'ordito ed aprendo uno spazio, all'interno del quale si faceva passare la trama, quindi si continuava ripetendo questo svolgimento di apertura e chiusura dell'ordito per creare tutta la fascia. Il processo è molto simile a quello degli altri telai esaminati sino ad ora.

Durante la rotazione delle tavolette, ogni filo d'ordito si attorcigliava su se stesso diventando come una cordicella, in questo modo si irrobustiva la striscia di tessuto e si creava uno spessore maggiore. Esistono due tipi di torsione del filo: uno a S, ottenuto roteando la cordicella verso sinistra, e uno a Z, roteandola verso destra. 

Per creare dei pezzi con trama complessa e d’elevato spessore, andavano realizzati più fori ed aumentato il numero delle tavolette da utilizzare, arrivando anche a quantità rilevanti, in particolare per prodotti destinati a personaggi di una certa notorietá. Di particolare interesse era anche la scelta della colorazione dei fili; infatti, per ottenere dei pezzi ancora più pregiati, si usavano colori diversi e si cambiava la rotazione delle tessere in base al tipo di trama che si voleva ottenere. La fascia ottenuta presentava i fili dell’ordito visibili in entrambe le facce, mentre la trama era coperta dalla torsione dei fili dell'ordito e non poteva essere visibile. La larghezza della striscia era limitata dalla dimensione delle tavolette; le più antiche misuravano circa 5 cm. Per la lunghezza della stoffa, invece, la distanza dei due supporti laterali non era un fattore limitante. Si aveva la possibilità di annodare la stoffa tessuta a due bacchette rotanti poste in una delle due estremità, continuando a tessere fino alla lunghezza totale dei fili decisa in principio.

La scelta della forma per le tavolette era d’estrema importanza secondo il tipo di tessuto che si voleva ottenere. Si potevano creare forme quadrate con quattro fori negli angoli oppure due fori soltanto in alto e in basso; nella forma triangolare erano forati i tre angoli; un'altra forma altrettanto interessante è quella esagonale, con ben sei fori. 

Per quanto riguarda la storia di questo tipo di telaio e dei luoghi in cui si è sviluppato, è interessante notare quanto sia stato vasto il suo utilizzo nel mondo: è testimoniata la sua presenza in Europa, in Giappone, in Cina, ma anche in Africa e in Islanda. La più importante e antica documentazione di tavolette fittili, è stata studiata da Cardito Rollan nell’anno 1996; questi reperti, provenienti dalla Penisola Iberica, sono stati datati tra il Neolitico finale e l’età del Rame.

In Italia, una delle prove più antiche di tessitura a tavolette proviene dalla tomba n°89 della necropoli di Verucchio, databile alla civiltà villanoviana, nella quale sono stati trovati oggetti e frammenti tessili prodotti al telaio a tavolette. Nel 1992 gli studiosi Mamez e Masurel hanno pubblicato un considerevole studio sui frammenti tessili protostorici provenienti dalla necropoli del Caolino a Sasso di Furbara; si tratta di tessuti le cui bordature sono particolarmente raffinate, larghe circa 2 cm e completate di dodici fasce sottili, decorate con disegni ottenuti attraverso questo tipo di telaio, con tavolette di forma triangolare. Il primo utilizzo di rocchetti e distanziatori per questo tipo di telaio sembra spettare all’Italia meridionale, durante il periodo del Bronzo Finale; da questa zona, tali utensili, sono arrivati al nord durante il Periodo del Ferro, come testimoniano i rinvenimenti provenienti dalla necropoli di Verucchio.

Altre prove risalgono all'Egitto nel periodo della ventiduesima Dinastia, quindi tra il 945 e il 745 a.C., alla quale risalgono tre bande di tessuto realizzate molto probabilmente con questo tipo di telaio. Le tavolette erano di materiale rigido, come legno, osso, corno, avorio e anche cuoio; molto raramente erano di metallo. Appartengono al periodo romano (nelle aree celtiche e germaniche) alcuni ritrovamenti di tavolette di forma triangolare e quadrata di dimensione contenuta, dai 3 ai 5 cm circa, con fori angolari e di materiale principalmente osseo. In Italia sono stati trovati dei frammenti di tavolette in osso che ci testimoniano l'uso di questo tipo di tessitura anche in quest'area durante l'alto medioevo.

STRUMENTI DI LAVORO 

Lo studio degli attrezzi legati alla produzione tessile è relativamente recente e ancora in fase di sviluppo. Rispetto ai reperti tessili, gli strumenti da lavoro si conservano maggiormente e sono indispensabili per la comprensione degli svariati aspetti dell’attività tessile. Grazie a questo tipo di reperti è possibile eseguire delle ricerche circa il mestiere del tessitore, le tecniche utilizzate, l’aspetto economico e l’evoluzione nel tempo della scelta dei diversi materiali per la produzione di tali oggetti. Per quanto concerne lo studio dell’attività tessile, trattandosi di una “giovane” materia archeologica, si tendeva a prendere in esame solo gli aspetti formati e funzionali di questi strumenti tessili, senza analizzarli da un punto di vista archeometrico. Questi oggetti, di cui i pesi da telaio e le fusaiole, erano considerati di scarso valore secondo una visione di manifattura dell’impasto. Generalmente, a tali reperti non era data un’adeguata documentazione; mancavano informazioni quali ad esempio la datazione, la descrizione e il conteggio d’ogni manufatto recuperato e, alle volte, erano sprovvisti anche di indicazione del luogo di ritrovamento.

Questi aspetti sono stati curati solo nell’ultimo decennio, con lo studio degli elementi di produzione e commercializzazione della lana, arrivando così alla creazione di un database con tutti i dati collegati a questo campo. L’elemento fondamentale per poter studiare e comprendere questi reperti, è la collaborazione tra archeologici e persone esperte nelle tecniche di tessitura; sono necessarie figure esperte nella pratica di filatura delle materie prime e di tessitura al telaio, nonché persone che studiano la botanica, legata alle piante trattate nella filatura e nella tintura dei tessuti, e la zoologia, circa l’allevamento da cui sono realizzati molti filati.

I reperti collegati alla tessitura sono i fusi, le fusaiole, i pesi da telaio, i rocchetti, i distanziatori, le spole, le spade da tessitore e i pettini.

FUSI E FUSAIOLE (immagine)

Per produrre un filato continuo e torto era necessario l’utilizzo di un fuso. Di questo strumento esistono due varianti, il fuso a volano e il fuso senza volano. Quest’ultimo costituisce una parte del fuso utilizzata per ottenere una rotazione e un movimento regolare e continuo, accelerando la torsione e aumentando tensione stirando il filo. In tale modo, avendo le mani libere, era possibile tessere e contemporaneamente stirare le fibre. I volani dei fusi, o per meglio dire le fusaiole, sono indispensabili a livello archeologico in quanto, grazie al materiale di cui sono composte, si conservano ampiamente. Erano realizzate in argilla, pietra, osso, corno, avorio, metallo e anche in legno. L’altra parte del fuso corrisponde ad un’asticella; questa poteva essere in legno, osso o metallo. È utile esaminare gli studi condotti sulle fusaiole rinvenute dalla palafitta di Molina di Ledro, dal quale si possono apprendere notizie interessanti circa questi strumenti. Le fusaiole in argilla di questo complesso sono state modellate a mano, levigate e lucidate. La perforazione della fusaiola è stata probabilmente eseguita prima della cottura, quando l’impasto era ancora malleabile. La cottura pare essere stata a bassa temperatura; le colorazioni ottenute variano dal nero/grigio al grigio/giallo/rosso, fino al bruno/rosso. Particolarmente interessanti sono le decorazioni incise su 42 fusaiole; nella maggior parte si tratta di segni lineari, raggere e puntiformi. Le morfologie rilevate sono classificabili in: fusaiole coniche, biconiche, bitroncoconiche, subsfereoidali, semisfereoidali, cilindriche e discoidali. Le altre due caratteristiche da tenere in considerazione per questo tipo di studio, sono le dimensioni e il peso. In particolare, le dimensioni influiscono fortemente sulla meccanica della rotazione del fuso. Il moto rotatorio è funzionale alla massa della fusaiola ma soprattutto, è funzione della distanza delle particelle che la compongono dall’asse di rotazione. Le dimensioni sono, allo stesso tempo, collegate imprescindibilmente al peso della fusaiola. Le misure da tenere in considerazione sono, dunque, l’ampiezza della fusaiola, la perforazione centrale, lo spessore e il peso. 

Sostanzialmente, quando il peso del fuso è maggiore, il moto rotatorio dura più a lungo e, allo stesso tempo, la rotazione risulta debole; questo peso è adatto per fibre grossolane e lunghe. Dalla sperimentazione è stato appurato che, da fusaiole leggere si possono ottenere filati sottili. Dalla prova di filatura è emerso che il fuso “sospeso”, rispetto a quello appoggiato, comporta una rotazione più duratura ma, una volta terminato il moto rotatorio, tende a girare in senso opposto. Essendo la maggior parte dei tessuti in lino, questo tipo di filato può essere ottenuto sia con il fuso poggiato sia sospeso. Infine, grazie a queste ragguardevoli sperimentazioni, è stato desunto che la dimensione e il peso erano studiati attentamente per poter ottenere determinati spessori di filo, grammatura e qualità, senza tralasciare niente al caso. Dietro vi era uno studio ben ponderato.

PESI (immagine)

Lo strumento da lavoro che si trova in larghe quantità nelle aree archeologiche, oltre alla fusaiola, è il peso da telaio. Si tratta di un oggetto di particolare importanza nel campo della tessitura, in quanto è testimonianza dell’esistenza del telaio verticale. La funzione dei pesi era quella di tenere in tensione i fili dell’ordito. Insieme al telaio in questione, appaiono dal Neolitico fino a diventare frequenti nel periodo del Bronzo e del Ferro. Ad ogni peso erano legati un certo numero di fili in base al tipo di filato usato e tenendo conto dei grammi effettivi di ogni pesetto.

È stata trovata una svariata quantità di pesi da telaio all’interno dei resti di capanne neolitiche, datate intorno al 5.500 a.C. In questo caso, i pesi sono stati rinvenuti vicino alle pareti di una casa in prossimità della porta; tali reperti sono stati trovati accanto a due buche di palo, le quali fanno presupporre la presenza di un telaio verticale in quella casa.

Interessanti studi al riguardo sono stati portati a termine nel Veneto Meridionale, precisamente a Mariconda di Melara, Frattesina, Villamarzana e Adria (Rovigo), e Oppeano (Verona). Sono stati esaminati 13 pesi da telaio trovati presso alcuni insediamenti protostorici e pre-romani. La datazione proposta per questi reperti va dall’età del Ferro al VI sec. a.C., arrivando fino al III-II a.C. I più antichi presentano una forma anulare con sezione sub-quadrangolare oppure sub- arrotondata; quelli più recenti hanno una forma di ciambella con foro interno molto stretto. Il materiale con il quale sono stati fabbricati è principalmente locale. Nell’area palafitticola di Molina di Ledro sono stati rinvenuti 172 pesi da telaio, di cui 121 integri, databili al Bronzo Antico e al Bronzo Medio. Le caratteristiche prese in considerazione sono la morfologia, l’impasto, le dimensioni e la superficie. La materia usata principalmente per la fabbricazione di questi reperti è l’argilla, creata con un impasto limo-sabbioso semi depurato. I fori praticati sono irregolari, praticati probabilmente a crudo con l’ausilio di un bastoncino o con il pollice. La cottura, anche in questo caso, era eseguita a temperature basse da cui si ottenevano colori che vanno dal nero/grigio al rosso e ocra. Tali manufatti presentano decorazioni sulla superficie; si possono osservare incisioni lineari e reticoli. Le forme sono state suddivise in diverse categorie: cilindriche, a ciambella, subsfereoidali, piriformi e a parallelepipedo. La categoria maggiormente presente è quella delle forme cilindriche. Le dimensioni prese in considerazione per un’adeguata classificazione, sono l’ampiezza della superficie, la perforazione interna, l’altezza e il peso. Oltre ai manufatti in argilla, sono presenti in questo sito 23 pesi in pietra calcarea con foro trasversale. Tuttavia, questi reperti non sono classificabili come strumenti legati alla tessitura in quanto mancano prove che attestino questa funzione; pare, piuttosto, possano essere dei pesi da ancoraggio o per le imbarcazioni, ma non si hanno dati a sufficienza per avvalorare l’una o l’altra tesi.

ROCCHETTI E ALTRI UTENSILI (immagine)

Un’altra categoria di strumenti legati al campo tessile è costituita dai rocchetti. La morfologia di questi oggetti richiama quella delle moderne bobine per il filo, il quale andava avvolto attorno per poter essere utilizzato durante la tessitura e cucitura. La loro presenza è attestata dal periodo del Bronzo Antico, con esemplari provenienti dalla Grecia. Il loro utilizzo poteva essere duplice, sia come bobina a cui era avvolto il filo, sia come eventuali pesi da telaio.

In Italia le prove di rocchetti partono dall’età del Rame, attestati a Maccarese con 38 reperti. Questi lasciano ancora numerosi dubbi circa il loro utilizzo; tenendo conto del peso, che varia dai 200 ai 300 grammi, e delle dimensioni sui 7-8 centimetri, non si ha certezza siano collegati al campo della tessitura. Dal Bronzo Finale in poi aumentano le prove di rocchetti nei siti archeologici. Nella tomba 89, appartenente alla necropoli di Verucchio (Rimini), sono stati trovati rocchetti probabilmente utilizzati in relazione al telaio a tavolette, ipotesi avvalsa anche dal ritrovamento di distanziatori in osso nello stesso sito. In questo caso è doveroso citare nuovamente il sito palafitticolo di Molina di Ledro, dal quale provengono alcuni rocchetti ceramici; rispetto ai reperti della necropoli di Verucchio, qua sembra essere esclusa la loro relazione con la tessitura a tavolette, in quanto inadatti per via delle elevate dimensioni e del peso maggiore. 

L’utilizzo dei distanziatori è di notevole rilevanza per la tessitura a tavolette. Si tratta di strumenti usati per tenere separati i fili dell’ordito e, contemporaneamente, tenerli in tensione. D’elevata importanza sono i 3 reperti rinvenuti a Fronte Tasca nel comune di Archi (Chieti), datati al Bronzo Finale, realizzati in osso. Queste piccole bacchette presentano una forma a sezione sub-rettangolare e fori (circa una decina) nel lato dello spessore. Due di questi sono decorati in ambedue le larghe facce da cerchietti incisi.

Collegato al telaio a tavolette è il reggiordito, un particolare utensile costituito da due barrette gemelle piatte. Secondo il parere di alcuni studiosi, al centro di queste bacchette erano inseriti i fili dell’ordito, i quali andavano legati ad un’altra estremità, ad esempio ad un palo; nei lati di questo strumento andava poi legato uno spago il quale veniva allacciato alla vita del tessitore. In questo modo era possibile tessere senza l’utilizzo di un vero e proprio telaio. Lo strumento impiegato per passare la trama è la spola (o spoletta). Si tratta di un’asticella dritta e sottile, realizzata in legno o con altro materiale. Una delle due estremità presenta la forma di un ago, l’altra invece è stondata e generalmente leggermente divisa in due parti. Per compattare i fili della trama tra l’ordito veniva usato lo strumento così detto battitore o “spada”; per sistemare correttamente i fili di trama tra quelli d’ordito si adoperava un pettine. Si tratta di uno strumento dal corpo allungato a sezione ellissoidale, appiattita e con un’estremità stondata che permetteva l’impugnatura. Infine, il manufatto usato durante la fabbricazione dei filati, è il pettine, con il quale era possibile separare le fibre tessili. A Molina di Ledro sono stati trovati quattro esemplari di questo strumento, di cui tre in osso e uno in legno.

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